I 25 anni della Strage di Capaci

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I 25 anni della Strage di Capaci

 

23 maggio 1992: sull’autostrada A9 una Fiat Croma bianca, una marrone e una azzurra sfrecciano verso Palermo dall’aeroporto Punta Raisi. Un pomeriggio qualunque, quasi estivo.


Al volante della Croma bianca il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo accanto, l’autista Giuseppe Costanza seduto dietro. Un gesto di cortesia e spensieratezza, quello dell'autista, verso un uomo a cui da tempo non è concesso questo lusso.

Alle 17.58, vicino allo svincolo di Capaci, 500 kg di esplosivo, attivati a distanza, creano una voragine nel tratto autostradale coinvolgendo le tre auto blindate. La Croma bianca si schianta contro il muro di cemento, proiettando Falcone e la Morvillo fuori dalla vettura. Insieme a loro, perderanno  la vita gli agenti Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo.

 

Ci sono tante storie e testimonianze su quel pomeriggio alle 17.58: Borsellino dal barbiere di fiducia che riceve la notizia al telefono, e ripete solo una cosa:“Me ne devo andare, me ne devo andare”.

Il contadino che rientra dopo una giornata di lavoro, e scampa l’esplosione perché poco più indietro, ed è il primo a soccorrere Falcone, ignaro che si trattasse di  un attentato. Ignaro che si trattasse di Lui, il super giudice di cui tutti parlano, e che tutti temono.

Gli agenti, che vedendolo avvicinarsi gli intimano di allontanarsi, per paura che fosse un sicario intento a sferrare il colpo di grazia.

Quel 23 maggio la mafia stragista di Toto Riina diede sfogo a tutta la sua rabbia e la sua paura nei confronti di un uomo solo. Non solo perché appartenente, insieme a Borsellino, a quella stretta cerchia che ancora credono nella legalità, nella giustizia. Un uomo solo anche perché emarginato, schernito, abbandonato, accusato di essere un comunista, di fare tutto questo solo per pura visibilità. Bocciata persino la sua nomina dal CSM a capo dell’ufficio istruzione, preferendo il collega Meli per il curriculum professionale. Insomma, un perdente. Scomodo da vivo, eroe da morto.

Dopo l’attentato, i malavitosi hanno pensato che questo richiamo mediatico sarebbe durato giusto un paio di settimane, e che dopo tutto sarebbe ritornato nel consueto silenzio di omertà che ha reso la Mafia così potente.

Invece quel boato, quei 500 kg di esplosivo misto dentro quei barili hanno scosso le menti e le coscienze di milioni di persone, cominciando proprio dai siciliani, che hanno iniziato finalmente ad abbandonare il silenzio, e a scendere in piazza. Si è incominciato a parlare di Mafia nelle scuole, nelle chiese, nei talk show. “No alla Mafia”. “Basta Mafia”.

A cominciare dalla vedova Schifani, che salita sull’altare in chiesa si rivolge direttamente a loro, gli uomini di Cosa Nostra, chiedendogli di mettersi in ginocchio.


Ieri, per commemorare i venticinque anni della strage di Capaci, è stato rispettato il minuto di silenzio alle 17.58 sotto l’albero dedicato al magistrato in via Notarbartolo. Due i cortei partiti dall’aula bunker del carcere Ucciardone e da via D’Amelio.

Bellissime anche le tre intensissime ore trasmesse dalla Rai per commemorare i due magistrati, direttamente da Via D’Amelio, con Fabio Fazio, Roberto Saviano e Pif. Un racconto composto e sentito della vita dei due magistrati attraverso le testimonianze delle persone a loro legate, professionalmente o meno.

Presenti il Presidente del Senato Piero Grasso, l’autista sopravvissuto alla strage di Capaci,  la figlia più piccola di Borsellino, Fiammetta, che dopo venticinque anni rompe il silenzio e lancia un appello di speranza, per ricercare La Verità, il nome e cognome delle menti raffinatissime - così definite dal padre - responsabili dei fatti accaduti. Stesso appello lanciato dalla sorella del giudice, Rita, tuttora residente in via D’Amelio.
La stessa Rita ha espresso le sue perplessità sulla sparizione della famosa “agenda rossa” e l'appello che venga fatta luce definitivamente sulla trattativa Stato-Mafia, con la speranza che le altre vite spezzate da questi due attentati non vengano dimenticate.


Il 23 Maggio non è solo una ricorrenza per onorare due vite straordinarie, ma  il ricordo, insieme alla speranza e alla fiducia nelle istituzioni sono le più grandi eredità che questi due uomini ci hanno lasciato con il loro sacrificio, che da dopo Capaci e via D’Amelio non è mai stato vano.

 

 

 

 

 

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